LA RIPRESA NON E’ UN MOTORE. INTERVISTA AL PROF. GIAN LUCA GREGORI PRESIDE DELLA FACOLTA’ DI ECONOMIA DELL’UNIVERSITA’ POLITECNICA DELLE MARCHE

foto gregori1LA RIPRESA NON E’ UN MOTORE. SENZA RILANCIO DEI CONSUMI, CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE E TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA, LA CRISI PROSEGUIRA’ ANCHE NEL 2014. SPERANZE DA EXPORT E TURISMO

Intervista per IO L’IMPRESA al Preside della Facoltà di Economia

dell’Università Politecnica delle Marche, Gian Luca Gregori.

di Sergio Giacchi

 La ripresa non è un motore. Per farla ripartire non basta girare la chiave. Occorre che si creino i presupposti economici, sociali ed istituzionali. Ed oggi questi presupposti non ci sono. I consumi stanno ripartendo? No. La spesa pubblica viene tagliata?  No. Aumenta la produttività?  No. Si incrementa l’occupazione? No. Ed allora,  quale ripresa?

Gian Luca Gregori, preside della facoltà di Economia all’Università Politecnica delle Marche non crede a chi ipotizza un 2014 in ripresa, se prima non si gettano le basi per rilanciare il sistema produttivo, rimettendo al centro l’impresa.

Preside, quali elementi servono per fare ripartire la crescita?

Una prima considerazione è che ci sono alcuni settori che stanno ottenendo performance migliori degli altri come l’agroalimentare e il  calzaturiero nelle Marche.  Inoltre ci  sono imprese che operano anche in settori difficili ma che sono riuscite  comunque ad ottenere delle performance positive. Si tratta delle aziende più strutturate, che hanno investito, che hanno mostrato una attenzione più consistente all’attività commerciale e non solo a quella tecnico-produttiva. Sono imprese che riescono, anche nel caso di dimensioni limitate, ad avere performance nei mercati internazionali. Nel caso delle aziende di piccolo commercio e artigianato  che operano in un mercato domestico e locale, la situazione è completamente diversa, perché la forte riduzione dei consumi pone queste in una situazione di profonda crisi. Per molte di esse, che non andranno mai sui mercati esteri, o si riesce a far crescere la domanda interna o si prospettano periodi molto difficili.

La strada delle reti di imprese e delle filiere è una strada percorribile per le piccole imprese, che può dare dei vantaggi?

I contratti di rete sono ancora pochi in Italia e ancora meno nelle Marche. E’ una strada che va battuta, soprattutto nel manifatturiero, per consentire alle imprese di avere accesso all’internazionalizzazione, alla commercializzazione, alla innovazione ed alla ricerca. Tutti elementi indispensabili per tornare competitivi; sempre che vengano “declinati” per modelli d’impresa!

Nelle nostre quattro regioni, il turismo può essere un volano dell’economia?

Per quanto riguarda il turismo, questo potrebbe svolgere un ruolo importante,considerando ancora la scarsa capacità attrattiva che abbiamo per gli stranieri. Il loro peso nelle città di mare è del  27% sul totale delle presenze turistiche, a fronte di un incremento mondiale che sta raddoppiando. Quindi c’è un flusso turistico mondiale in forte crescita che non stiamo intercettando. Intercettarlo  significa far aumentare anche la domanda “locale”, in quanto la presenza dei turisti stranieri nel mercato italiano può avere un effetto molto positivo.

 Quale ruolo per le istituzioni e le Università nell’aiutare le imprese a intercettare la ripresa?

Il nostro ruolo deve essere  quello di creare un ponte tra l’Università e il mondo del lavoro.

Ciò può avvenire in tanti modi. Uno può essere anticipando quelli che sono i momenti di ingresso; se un laureato incomincia a fare i colloqui di lavoro diversi mesi dopo la laurea e arriva a 7-8 mesi di inoccupazione, se aveva un po’ di entusiasmo, quell’ entusiasmo gliel’abbiamo già distrutto.

Per attuare ciò sono stati creati vari progetti da parte dell’università con industrie marchigiane.  Abbiamo consentito a dieci studenti di essere inseriti in progetti aziendali,  e ogni anno 2-3 di questi  vengono assunti. Un altro progetto ha consentito un finanziamento di sei mesi di lavoro per 15 laureati selezionati dalle aziende  e ci sono state 10 proposte di lavoro. Un’altra operazione che è in procinto di essere attuata, è quella di consentire ad un laureando di diventare per sei giorni manager, cioè di affiancarlo a un imprenditore per fargli capire la realtà del lavoro.  Infine vi è un progetto di più alto livello, Campus World, in cui ogni anno 120 laureati vengono inviati nel mondo per fare un’attività lavorativa da 3 a 6 mesi e di questi il 38% rimane, sulla base dei dati storici, a lavorare in organizzazioni internazionali. Sul concetto di internazionalizzazione, l’errore che per molto tempo si è fatto, è stato quello di aver pensato solo all’esportazione dei prodotti, ragionando solo sulla base dei dati della bilancia commerciale. Per sviluppare l’internazionalizzazione bisogna invece internazionalizzare le persone, che si devono muovere, capire quello che succede, riportare esperienze e trasferirle alle aziende.

Il sistema economico cosa dovrebbe chiedere al Governo per sostenere questa ripartenza del sistema produttivo di regioni manifatturiere come Marche, Emilia-Romagna,  Toscana e Umbria?

Bisognerebbe capire quello che si può chiedere –anche in relazione alla Comunità Europea-  ed avere una strategia chiara in tal senso; ad esempio, potrebbe essere utile avere zone di “porto franco”, cioè zone che si caratterizzano in certe aree per condizioni vantaggiose. In realtà tale richiesta, proprio perché limita il concetto di libera concorrenza, non risulta facile da soddisfare.

Un’altra riflessione riguarda l’intervento dell’Operatore Pubblico nel favorire i processi di internazionalizzazione; siamo di fronte, a differenza di altri Paesi, a troppi soggetti. Solo nelle Marche ne operano una ventina; al contrario, abbiamo bisogno di una strategia unitaria, convergente che utilizzi in modo più efficace le risorse.

Fino ad ora una minoranza delle piccole e medie imprese delle nostre regioni,  riesce ad avere sbocchi sui mercati esteri. Per quelle che rimangano qui, quelle che hanno un mercato di sub-fornitura verso altre imprese oppure un mercato limitato alla regione o comunque un mercato locale, quali sono le prospettive?

Il futuro non si prevede ma si costruisce, sapendo che non torneremo più alla situazione precedente il 2007 (almeno nel breve periodo). In queste imprese dobbiamo sempre più andare a diffondere strumenti culturali di gestione aziendale: si pensi alla gestione economica e a quella finanziaria, molto spesso “confuse” tra loro.  Il rischio in molti casi è quello di avere un utile da un punto di visto economico, ma di doversi indebitare per pagare le tasse o di trovarsi in una situazione di fortissima illiquidità. Un altro tema è la mancanza di un piano strategico; le imprese si devono necessariamente dotare di questi strumenti e soprattutto in questo periodo non possono farne a meno. Infine vi è il tema della commercializzazione e della gestione delle relazioni con il mercato. L’aspetto tecnico-produttivo è importante, è sicuramente la condizione necessaria dalla quale partire, ma non è più sufficiente.

È possibile uscire dalla crisi, ma soprattutto come ne usciremo?

Relativamente a quando ne usciremo, risulta impossibile prevederlo; tutti i centri studi che hanno fatto previsioni in proposito hanno commessi grandi errori. Il problema è soprattutto: cosa stiamo facendo per uscire dalla crisi? A me sembra molto poco! Si devono realizzare interventi differenti per tipologie di imprese diverse, recuperando comunque la centralità dell’azienda (che si è persa!). In certi casi, la percezione che si ha -basti pensare alle varie forme di accanimento burocratico- , soprattutto nei confronti della piccola impresa, è quella di un “nemico da combattere” e non di chi produce la reale ricchezza, che permette di alimentare il welfare e lo stato sociale.

Riguardo a come ne usciremo, sicuramente in modo diverso; i nostri modelli di consumo si sono modificati ed ancora cambieranno, a fronte di un necessario adattamento alla diminuzione del  reddito reale. Qualcuno teorizza anche sulla “decrescita felice”; sicuramente, condizioni di crisi possono far riscoprire alcuni valori -anche etici-, che si erano persi. Per ora la “decrescita” si è verificata; qualche dubbio sulla “felicità”, evidenziando l’elevato rischio di non poterci più permettere come Paese gli attuali servizi (sanitari, pensionistici e di welfare in generale). E questa per le nuove generazioni non è una prospettiva entusiasmante!